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IL DIO DELLA GUERRA

Sembra impossibile ma...

Questa è una storia vera. La storia di una discesa all'inferno che per molti versi ricorda quella del Kurtz di “Cuore di tenebra” (o se preferite di “Apocalypse now”). Il protagonista lo incontrai tanti anni fa, in una memorabile avventura disegnata da Hugo Pratt per il suo Corto Maltese. Ringrazio Lapo Bini per la segnalazione.

Barone Pazzo, o Nero, o Sanguinario: se Roman Nicolaus von Ungern-Sternberg si è meritato via via questi soprannomi, il motivo c'è. A lui sono serviti per costruire la sua leggenda, ma l'appellativo che più ha amato è un altro: Ungern Kahn. Nasce a Graz nel 1886 ma cresce a Tallinn nell'impero zarista da una famiglia di nobili tedeschi. Nel 1908 si laurea alla Scuola militare di San Pietroburgo; in Siberia, dove è assegnato, conosce la cultura nomade di mongoli e buriati e ne subisce il fascino. Scoppia la prima guerra mondiale, e va al fronte in Galizia, dove si segnala per coraggio e instabilità mentale. Nel 1917 dopo la rivoluzione di febbraio torna in Siberia con le milizie del governo provvisorio sotto il comando di Grigorij Semënov; arriva la rivoluzione d'ottobre e i due si schierano contro le odiate truppe Rosse bolsceviche, ma anziché supportare l'Armata Bianca dei controrivoluzionari decidono di mettersi in proprio. E si distinguono subito per le crudeli rappresaglie contro la popolazione locale filobolscevica e per i sanguinosi attacchi ai treni della transiberiana, non importa se Bianchi o Rossi. In realtà il piccolo esercito di Semënov e von Ungern-Sternberg è sostenuto dai giapponesi, che li riforniscono di armi e denaro e gli promettono un regno tutto loro: lo Stato cosacco filonipponico di Transbajkalia.

E' in questi anni che il barone si merita i suoi soprannomi: si fa temere dai nemici, e ancor di più dai suoi uomini che sopportano una disciplina ferrea e non reggono la fredda fissità del suo sguardo quando commina punizioni corporali per le minime disobbedienze. Orgogliosamente aristocratico, disprezza la gente del popolo e odia gli ebrei che nel 1918 scrive di voler sterminare; cosa che mette in pratica con tutti quelli che incontra, e sono tanti, in fuga verso oriente da guerre e rivoluzioni: li massacra crudelmente, spesso scorticandoli vivi. Nel 1920 il Barone Pazzo è pronto per andare avanti da solo: si separa da Semënov e insegue il suo sogno: creare in Asia, lui convertito al buddhismo, una teocrazia lamaista restaurando la dinastia Qing in Cina e conquistando tutto l'oriente, da contrapporre poi a un occidente corrotto e degenerato. Crea così la Divisione Asiatica di Cavalleria, una vera legione dei disperati: avventurieri e tagliagole di 16 nazionalità - russi e tartari, polacchi e giapponesi, tedeschi e cinesi - che vanno alla carica sventolando la bandiera con la U nera urlando “Ungern! Ungern!”. Saccheggiano i villaggi, torturano gli uomini e violentano le donne. Una folle cavalcata fra Mongolia, Siberia e Manciuria, una serie folgorante di successi: il Barone Pazzo diventa il dio della guerra, la reincarnazione di Gengis Khan. E lui è il primo a crederci.

La Mongolia dal 1919 è occupata dai Repubblicani cinesi; nel 1921 von Ungern-Sternberg entrato nel Paese su richiesta del capo religioso, l'VIII Bogdo Khan, assedia la capitale Urga (l'attuale Ulan Bator). Dopo diversi attacchi respinti con pesanti perdite il 3 febbraio fa accendere centinaia di falò sulle colline intorno alla città; gli assediati pensano di essere circondati da un enorme esercito, e si arrendono: il vessillo con la U sventola su Urga, centinaia di abitanti vengono giustiziati. Il 13 marzo con una fastosa cerimonia il Barone Pazzo in abiti di seta gialla e rossa e un copricapo di penne di pavone diventa Ungern Khan: il XIII Dalai Lama Thubten Gyatso lo proclama “emanazione di Mahakala”, principe Qing-Wáng, dittatore militare e religioso con diritto ereditario. “Arriverò con i miei Mongoli a Lisbona” dice il novello Gengis Khan.

Tre mesi dopo un grosso contingente bolscevico riconquista Urga; Ungern Khan si ritira e dopo un'ultima battaglia a Troitskosavsk si rifugia dal capo Calmucco Ja Lama, che lo tradisce e lo consegna al generale Bljucher a Novonikolajevsk. Dopo inutili tentativi di convincerlo ad entrare nell'esercito sovietico viene condannato a morte e fucilato il 15 settembre 1921. Ha solo 35 anni. E queste vicende sono avvenute non nel Medioevo ma meno di un secolo fa.